La morte si fa social: intervista a Davide Sisto

La presentazione del libro “La morte si fa social”, organizzata da SO.CREM Bologna lunedì 26 novembre 2018 presso la Biblioteca Sala Borsa, è stata più di una semplice esposizione dei contenuti del libro.

L’incontro è stato un vero e proprio confronto tra l’autore del libro, il filosofo Davide Sisto, e il Prof. Francesco Campione – medico psicologo, tanatologo, Presidente dell’Associazione Rivivere.Presentazione libro La morte si fa social

Moltissimi gli argomenti trattati nel corso della serata: la vita digitale dopo la morte e le sue implicazioni sull’elaborazione del lutto, le nuove frontiere della tecnologia e la creazione di avatar digitali che esisteranno dopo di noi, la ormai inevitabile commistione tra reale e virtuale, e le possibili conseguenze. 

Di seguito presentiamo una sintesi dell’incontro, mettendo in evidenza i temi principali emersi durante il dialogo/intervista tra il Prof. Francesco Campione e Davide Sisto. 

Durante la presentazione libro La morte si fa social

Il tuo libro, “La morte si fa social”, inizia con un aneddoto personale: la ricezione di una notifica di Facebook che ti ricorda di fare gli auguri di compleanno a un tuo amico, invitandoti a rendergli unica la giornata. Peccato, però, che l’amico in questione fosse morto.

Questo episodio è avvenuto nel 2014, periodo in cui si era ancora poco coscienti del problema della morte degli utenti di Facebook. Ai tempi era abbastanza inusuale, ci si pensava poco. La ricezione di quella notifica mi mise di fronte alla morte del mio amico in un momento qualsiasi della giornata e mi colse quasi a “tradimento”. 

La mia prima reazione fu di andare a riguardare le pagine web di questa persona, e riguardarle significò entrare in una dimensione estremamente vitale, che sul momento mi sorprese, visto che si trattava di una persona che non c’era più.

Rilessi i post, riguardai le foto, ripercorsi gli scambi di messaggi reciproci: tutto era stato creato da un vivo, ma mentre li rileggevo pensai che, ora, quella persona era morta.

E oggi le cose non sono cambiate, anzi. Le persone si sono iscritte a Facebook una decina di anni fa, quindi oggi non parliamo più di qualche foto o di qualche pensiero scritto, ma di dieci anni di materiale, che resta tutto online dopo di noi.

Soprattutto per chi è molto attivo, vuol dire davvero una produzione immensa di aspetti più o meno personali che, un giorno, si scontreranno con la consapevolezza che quella persona è morta e che non tornerà più.

Tu definisci “vitali” le tracce che il morto ha lasciato sul web: si potrebbe pensare che parlare della morte attraverso il “sembrare vivi” del web sia un modo raffinato di non accettare la morte e, quindi, di non parlarne…

Secondo me ci sono due aspetti da prendere in considerazione: da una parte, il web spinge le persone a doversi confrontare con la morte. Basta un esempio per dimostrarlo.

Su Facebook si è calcolato che ci sono circa 50 milioni di utenti deceduti e che ogni giorno muoiono più o meno 33 mila utenti. Questo significa che chiunque ne faccia un uso massiccio avrà sicuramente delle persone decedute all’interno della sua rete di “amici”. E questo impone, obbliga a pensare alla morte.

Dall’altra parte, proprio perché dentro il web esiste una dimensione molto “vitale”, si può in qualche modo pensare che le persone non siano affatto morte, che continuino a esistere, allontanando il pensiero della propria mortalità e della morte degli altri.

Dal mio punto di vista, ci muoviamo ancora tra le due dimensioni, ma penso anche che sia fondamentale iniziare a utilizzare questi strumenti per educare le persone ad affrontare la mortalità.

Sul tema dell’educazione alla morte, nel tuo libro scrivi: “Una società formata da cittadini in grado di non rimuovere la morte e la mortalità dalla loro esistenza è una società più equilibrata e matura nell’affrontare le sfide costanti della quotidianità”. Puoi ampliare meglio questo concetto?

Secondo me, l’educazione alla morte dovrebbe partire dalla premessa che vita e morte sono inevitabilmente integrate. Non c’è un vero e proprio stacco, ma i due elementi si co-appartengono.

Per fare un esempio: mi sono occupato del fenomeno biologico della apoptosi, del suicidio cellulare, un esempio a livello cellulare in cui vita e morte sono integrate l’uno nell’altro, anzi la morte della cellula è un elemento che favorisce la crescita, lo sviluppo biologico della persona. È questo il punto di partenza per spiegare, a livello simbolico, l’integrazione tra vita e morte.

Dall’altra parte, non si può imporre a ogni costo la consapevolezza della mortalità: c’è chi, di fronte al fatto di poter morire in qualsiasi istante, potrebbe rischiare di essere talmente terrorizzato da… smettere di vivere.

Il web, quantomeno, può certamente offrire spunti di riflessione e modi per introdurre il discorso.

L’altro argomento che affronti nel tuo libro è quello delle “copie”. C’è infatti chi immagina che, un giorno, attraverso tutto ciò che lasceremo nel web si potrà comporre un ologramma di noi stessi da animare, e magari trasformare in una copia migliorata. In pratica: un modo contemporaneo di immaginarsi non mortali. 

Sì, sono d’accordo. Non molto tempo fa leggevo un articolo anonimo del 1896 che si chiama “Voices of death” in cui si esaltava l’invenzione del grammofono e si diceva: “Finalmente, tenendo in vita la voce delle persone morte, abbiamo sconfitto una parte della morte”.

Con un salto avanti nel tempo: ieri, il Corriere della Sera ha dato una notizia di una donna a cui è morto il fidanzato poco prima di sposarsi e, grazie ad una amica, è riuscita a creare l’ologramma del defunto, si è vestita con l’abito da sposa e si è fatta le fotografie con l’ologramma. In pratica, si è sposata virtualmente e sul blog ci sono le foto in cui si vede l’ologramma che fa finta di darle il bacio.

Alla fine, i tempi passano, cambiano gli strumenti, ma si è sempre allo stesso punto: sono tutti tentativi più o meno auto-illusori di cercare di tenere a sé ciò che non c’è più, con tutte le problematiche che ne scaturiscono.

Sono d’accordo. Infatti, se l’immortalità attraverso il web produce solo spettri, potrebbe condurre, sul piano dell’elaborazione individuale del lutto, a due conseguenze principali:

  • un’insoddisfazione che noi clinici riscontriamo spesso in chi, dopo un tentativo di sopravvivenza virtuale del caro estinto, ne constata l’insufficienza, si deprime e cerca vie diverse di elaborazione del lutto;morte,
  • la convinzione di chi, credendo in una vita ultraterrena, considera le tracce dei morti nel web come dimostrazioni dell’esistenza della loro anima dopo la morte fisica.

Che cosa ne pensi?

Penso che l’ologramma, la voce risentita, le immagini online possono essere visti come una forma di ricordi multimediali che si sostituiscono alle fotografie o ai filmini degli anni ’80. Finché si è consapevoli che sono dei ricordi, non credo siano rischiosi da un punto di vista clinico. Certo possono acuire delle ferite, ma restano comunque dei ricordi.

Il rischio scaturisce quando qualcuno, per varie ragioni, non è in grado di cogliere bene la differenza tra un piano realistico e un piano virtuale; potrebbe non riuscire a capire che quelli sono strumenti che vanno messi nella categoria del ricordo e finirebbe per non accettare che il morto non ci sia più, per non lasciarlo andare, trattenendolo a sé.

Una volta dicevamo che le persone morte erano vive nell’aldilà, poi abbiamo detto che erano vive nel nostro cuore, adesso diciamo che sono vive nel web. In fondo, è solo un altro modo per evitare di vivere con l’idea, sconsolante e angosciante, che il morto è veramente morto.

Sì, sono d’accordo. Nel mio libro pongo molti esempi di esperimenti volte alla creazione degli “avatar digitali”, quegli “alter ego” che, dopo la nostra morte, potrebbero continuare a vivere grazie alla rielaborazione di tutto quello che abbiamo condiviso online nel corso della nostra vita. In pratica: abbiamo trasformato il Paradiso, inventando un luogo dove il cellulare e il wifi prendono.

Negli Stati Uniti, in particolare, ci sono numerosi istituti che stanno veramente pensando di sostituire le persone con gli ologrammi, creando un mondo intero popolato da ologrammi. E qui secondo me si inserisce il rischio maggiore, che è direttamente collegato con l’invasività del web.

Per le nuove generazioni, infatti, la presenza fisica, la corporeità, tutto ciò che è legato al corpo è diventato non dico secondario, però meno importante. È molto più importante la comunicazione incorporea e se questo prende piede, e sta prendendo sempre più piede, ovviamente anche la dimensione della morte è destinata a mutare e il web rischia di diventare uno strumento non per imparare a rapportarsi con la propria mortalità, ma di totale rimozione.

Potremmo arrivare al punto che non sia più importante che uno sia vivo o morto perché, in qualche modo, potremmo continuare a dialogare con lui. E sicuramente qui diventa importante il processo di separazione tra reale e virtuale, altrimenti rischiamo di vivere come se fossimo in un videogioco, dove ogni volta che c’è il game over, si torna di nuovo a vivere.

In pratica, stai affermando che, prima ancora dell’educazione alla morte, dovrebbe venire l’educazione all’uso del web? 

Sì, ritengo sia importante usare questi strumenti con consapevolezza. Per farmi capire: le persone tradizionalmente vanno sulle tombe dei cari per parlare con i defunti. Oggi, oltre ad andare sulla tomba, molti inviamo messaggi al morto su WhatsApp. 

Oggi, la nipote che non ha mai conosciuto il nonno, invece di sentire soltanto i racconti e vedere le fotografie, potrebbe vederne l’ologramma e averne un ricordo molto più vivido e completo.

Fino a qui siamo di fronte a una dimensione legittima: quella della memoria, del ricordo, del “legame che continua” (come già teorizzato da Dennis Klass nel libro “Continuing Bonds”), e se si trovano degli strumenti che fanno star bene, che ampliano ulteriormente la dimensione della memoria, va benissimo utilizzarli, ma va fatto con la consapevolezza che si tratta di ricordi, non di oggetti reali.

L’importante è far sì che i singoli non ne rimangano prigionieri, che quegli strumenti generino un autentico sollievo e non trasformino l’esistenza di chi li utilizza in prigionie psicologiche e mentali che creano ulteriori patologie rispetto a quelle che già si creano quando una persona molto cara è morta.

Per approfondire

Il prof. Francesco Campione ha pubblicato, sul suo blog, la versione integrale del suo dialogo con Davide Sisto. Leggilo su: “Dialogo su un libro”.

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