Mantenere i legami con i defunti non è sbagliato

Nel 1996, Klass, Silverman e Nickman gettarono luce su un importante concetto di lutto nel libro Continuing Bonds: New Understandings of Grief.

Il loro lavoro mette in discussione i modelli lineari dell’elaborazione del lutto, che dovrebbero condurre a un percorso che prevede: accettazione della perdita, distacco e nuova vita, e che etichettano come “patologico” il mantenimento di un legame continuato con i propri cari defunti.

Klass e colleghi suggeriscono infatti un paradigma in cui è normale che il dolente mantenga un legame con il defunto e, nel loro libro, portano molteplici esempi in cui rimanere in contatto con il defunto ha permesso di fornire conforto e supporto nel far fronte alla perdita e nel creare un nuovo equilibro nell’assenza.

Come abbiamo avuto modo di dire in altri articoli sul tema del lutto (si legga ad esempio Tutto quello che sentiamo dopo un lutto è normale), la verità è che non esiste un modo unico e univoco per far fronte a una perdita. Ognuno di noi affronta il dolore in modo diverso ed è quindi giusto che ognuno gestisca i propri sentimenti in maniera differente. 

Vale lo stesso discorso per le ceneri: c’è chi, per elaborare il lutto, ha bisogno di lasciare andare e quindi disperdere le ceneri e farle tornare nel “tutto” e chi, invece, sente la necessità di tenerle in casa o in un cimitero, continuando un rapporto con quell’urna che, materialmente, identifica il defunto. E nessuno ha il diritto di dirvi quale dei due sia il modo giusto di affrontare la vostra perdita. 

Mantenere i legami con i defunti: 4 motivi

Premesso questo, e volendo generalizzare, ci sono 4 ragioni principali per mantenere vivo il rapporto con i propri cari defunti. 

1. Mantenere un legame continuo è: riconoscere la presenza del dolore

Il dolore per un lutto non finisce mai, non lo si può attraversare per uscire dall’altra parte. Il dolore diventa parte integrante di noi e sarà dentro di noi per sempre, anche se sotto forme diverse…

Mantenere un rapporto con la persona defunta può aiutare a vivere questo dolore e a farlo diventare, giorno dopo giorno, un luogo caldo e rassicurante in cui ritrovare la persona amata e i ricordi condivisi insieme.

2. Mantenere un legame continuo è: rimanere in contatto con la persona amata.

Non solo il dolore ci accompagnerà sempre, in una forma o un’altra, ma anche le persone che abbiamo amato. Mantenere i legami con i defunti significa non staccarsi da loro, non lasciarli indietro, ma portarli con noi per tutta la vita.

È interessante notare che anche Klass e colleghi, nell’ormai lontano 1996, avessero scoperto come queste relazioni non siano statiche, ma si evolvano e maturino insieme a noi, per cui il rapporto con il defunto è diverso man mano che noi stessi invecchiamo. 

3. Mantenere un legame continuo è: accettare i tuoi comportamenti correlati al dolore.

Quando una persona ha appena subito un lutto, tende a “trattenere”: non riesce a liberasi degli oggetti, mantiene le stesse abitudini quotidiane e i rituali privati, intrattiene conversazioni con la persona amata, ci pensa spesso. 

Con il tempo, questi comportamenti tengono a sparire perché, nella nostra società, continuare il rapporto con un defunto è sinonimo di “patologico”, per cui siamo portati ad andare avanti, a lasciare i nostri cari defunti indietro, a pensarci il meno possibile, a raccontare di loro il meno possibile, ecc.

E tutto questo anche quando non avremmo voglia di farlo.

4. Mantenere un legame continuo significa che: non solo questi comportamenti sono normali, ma possono aiutare a far fronte al dolore.

La società sta facendo passi da gigante, ma molte persone credono ancora che restare attaccato ad una persona cara deceduta sia patologico. Di conseguenza, molte persone si preoccupano dei loro comportamenti e si chiedono: «Andrà bene? Questo significa che non sto affrontando bene il dolore? Dovrei essere preoccupato? Sono bloccato?»

Ebbene, secondo la teoria dei “legami continui”, restare connessi con il defunto potrebbe facilitare la capacità del dolente nel far fronte alla perdita e ai cambiamenti che accompagnavano la loro vita, senza per questo essere patologicamente malati. 

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