Oggi abbiamo il piacere di farvi conoscere Monica Cornali, psicologa, tanatologa esperta in medical humanities, logoterapeuta esistenziale Frankliana e assistente spirituale nell’ambito della malattia e del morire.
La dott.ssa Cornali è anche autrice di Vivere la morte come sorella e Vivere con sapienza, morire con dignità, editi da Effatà Editrice, che abbiamo avuto modo di scoprire e leggere grazie a LIBEREMENTI, il Club del Libro sui temi della morte fondato da SO.CREM Cagliari e portato avanti insieme alle SO.CREM di Bologna, Firenze e Padova.

Grazie alla sua molteplice esperienza, in questa intervista entriamo nel merito di perché e come è diventata un’assistente spirituale e approfondiamo il corso che ha scelto di frequentare e il tirocinio che sta svolgendo, accompagnando chi attraversa l’ultimo tratto della vita.
Perché hai scelto di diventare un’assistente spirituale nel fine vita?
La scelta è stata dettata, in parte, dalla mia esperienza personale. Quando è morto mio padre, infatti, mi sono dovuta fare da parte e accettare la presenza di un parroco, che ho sentito come imposta e non in linea con i valori di mio padre.
Con mia madre, invece, ho potuto trascorrere con lei quindici giorni, in hospice, standole accanto e aiutandola nel percorso. Poterla accompagnare nel suo ultimo tratto di vita è stato un grande dono per entrambe, e lì ho iniziato a pensare che avrei voluto poterlo fare anche a livello professionale.
Dopo il master in tanatologia, infatti, sentivo che mi mancava un approfondimento sull’aspetto della spiritualità, che per me è diversa dalla religiosità. Ma non era solo questo.
Volevo essere parte attiva nel cambiamento: oggi l’accompagnamento è affidato quasi esclusivamente a esponenti della chiesa cattolica, ma la nostra società è profondamente cambiata – sempre più laica e multiculturale – e non tutti si riconoscono nella dottrina cattolica e nei suoi riti. E non è giusto che debbano rinunciare all’accompagnamento, perché non in linea con i loro valori, o peggio debbano subirlo perché non c’è alternativa.
Come sei diventata un’assistente spirituale?
Ho scelto di iscrivermi alla “Scuola di alta formazione in accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire” dell’associazione TuttoèVita, presieduta da Padre Bormolini.
Poi, dopo il corso, mi sono anche iscritta alla neonata Associazione degli Assistenti Spirituali, fondata per iniziativa della Federazione Cure Palliative (FCP) e della Società Italiana di Cure Palliative (SICP), proprio per integrare l’assistenza spirituale nei percorsi di cura, rispondendo ai bisogni spirituali di pazienti fragili e definendo standard formativi e professionali.
Quanto è stato importante, per te, svolgere questo corso?
Nel master di TuttoèVita ho trovato conferma della mia visione dell’accompagnamento umano e spirituale nella malattia e nel morire. Non riconoscendomi nell’educazione cattolica ricevuta, ho infatti scelto di abbracciare la spiritualità antropologica, introdotta da Vladimir Hudolin negli anni ‘90.
Non è una disciplina, ma uno stato dell’essere: rappresenta la componente emotiva, culturale e relazionale che definisce l’essere umano, distinguendolo dagli altri esseri viventi.
E non è legata a una religione in particolare, ma alla ricerca del senso, strettamente correlato alla consapevolezza della finitudine umana.
In questa disciplina, rivestono un ruolo fondamentale le domande, che aiutano a ricostruire l’identità e i valori della persona, e lasciano liberi di uscire pensieri ed emozioni che spesso tratteniamo per paura del giudizio altrui.
Lo ritengo un approccio fondamentale soprattutto dopo un lutto o una malattia, che possono arrivare a scardinare le certezze sui cui avevamo costruito la nostra vita.
In quei momenti, i cardini della spiritualità antropologica – come appunto la ricerca di un senso, la valorizzazione della dignità umana, ma anche l’amore e la solidarietà – possono aiutare a ricomporre la nostra identità, ferita da un’esperienza luttuosa.
La ricerca del senso, nella spiritualità antropologica, diventa a tutti gli effetti un dialogo con la morte e ci porta a chiederci: cosa può dire la morte alla vita? E la vita alla morte?
Quindi: cos’è un assistente spirituale?
L’assistente spirituale è una figura professionale in grado di approcciare chi si trova alla fine della vita, e i loro congiunti, per lavorare sui sospesi: ripianti, rimorsi e rancori, che generano sentimenti ed emozioni spesso difficili da gestire.
È una figura per ora non normata, nel senso che in Italia non esiste una legge che ne identifichi il ruolo e le competenze, però esistono percorsi di formazione che consiglio caldamente di seguire, perché insegnano ad accompagnare senza nuocere e ad aiutare in maniera concreta ed efficace durante tutto il processo della morte e dopo che l’evento luttuoso si è verificato.
All’interno della formazione, si imparano anche i riti e i simboli delle varie religioni: aspetto che reputo fondamentale in una società sempre più multireligiosa.
Il corso di formazione che ho scelto prevede anche un tirocinio obbligatorio e lo ritengo una parte fondamentale, non solo perché completa l’offerta formativa, ma anche per il mio cammino di crescita e maturazione personale e professionale.
All’interno del tirocinio che stai svolgendo, come ti rapporti con i malati termali?
Prima di tutto mi presento e spiego in breve in cosa consiste il mio ruolo di assistente spirituale, poi mi pongo in ascolto, lasciandoli liberi di esternare dubbi e domande.
Oltre a stimolarle, pongo anche delle domande, con attenzione alla persona che mi trovo davanti e adattandomi di volta in volta, a seconda dei sentimenti che emergono e delle esternazioni, come le lacrime.
Intercettare i bisogni spirituali della persona fa parte del mio ruolo, per questo li esorto a evocare ricordi della loro vita, dai quali emergono le passioni e i valori che li hanno guidati.
L’aspetto spirituale permea infatti le scelte che abbiamo fatto nel corso dell’esistenza e fa da collante, ci definisce per chi siamo.
Hai incontrato delle difficoltà da quando svolgi il ruolo di assistente spirituale?
In tanti mi chiedono: «Ma quindi lei non è una suora?», perché siamo abituati che l’assistenza sia prettamente religiosa. Persino per attivare il tirocinio ho dovuto fare riferimento alla cappellania, che fatica ad accettare la parola “spirituale”, vivendoci come se fossimo in concorrenza.
Quello che mi piacerebbe far comprendere è che l’assistenza spirituale non è un obbligo, ma deve essere una possibilità, per venire incontro a chi non si riconosce nella fede cattolica, e almeno da parte nostra, nulla osta che possano integrarsi l’una con l’altra.
Tutti dovrebbero avere il diritto di essere accompagnati secondo i propri valori, senza imposizioni. E il percorso di accompagnamento dovrebbe iniziare già dalla diagnosi, così da avere il tempo per fare i conti con il nostro passato e chiudere le questioni in sospeso.
Per quanto mi riguarda, seguo la “regola d’oro”, che per il teologo Vito Mancuso è un principio etico universale e innato, antecedente a qualsiasi fede religiosa e sintetizzato nel “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” (forma negativa) e nel “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (forma positiva).
Per approfondire:
La dott.ssa Monica Cornali sarà relatrice al Convegno SOFFERENZA E SOLITUDINE NELL’ULTIMO PERCORSO DI VITA che si terrà sabato 18 aprile 2026, dalle 9:00 alle 13:00, presso il Plesso Belmeloro, via Andreatta 8 a Bologna.
Inoltre, sarà protagonista dell’evento SCRIVERE DI SÉ – La scrittura come eredità spirituale, che si terrà sabato 13 giugno 2026 alle ore 11:00 presso il Dandy Caffè Letterario.
Per contattarla: www.monicacornali.it





