Oggi scopriamo insieme After, un’iniziativa che mira a dare una voce al dolore, all’interno delle famiglie e delle organizzazioni, e a sostenere chi sta per andare via e chi rimane.
Per raccontarvelo al meglio, abbiamo scelto di intervistare la creatrice di After: la psicologa e psicoterapeuta Michela Spagnolo, specializzata nel dare supporto alle persone in lutto e a coloro che si trovano alla fine della vita.
Da quali radici, personali e professionali, nasce After?
Da un punto di vista personale, penso che il primissimo seme di questo progetto sia da ricercare nella mia infanzia. La mia famiglia ha infatti subito molteplici lutti e sin da piccola ho partecipato ai funerali.
Eravamo negli anni 80 e la veglia, a Taranto, durava tre giorni. Ricordo ancora da una parte il senso della comunità, che si muoveva per portare conforto e per aiutare, ognuno con le proprie possibilità. Dall’altra il dolore che la morte portava con sé.
Oggi i funerali e il lutto hanno perso la loro dimensione collettiva, le famiglie sono sempre più ristrette e si tende a vivere la morte e il lutto in maniera più solitaria e isolata. E, in tutto questo, la morte continua ad essere piena di dolore, sia per chi muore, sia per chi accompagna e poi resta.
Di fronte al dato di fatto che la morte ci riguarda tutti, e di fronte al dolore e alla solitudine che essa porta con sé, ho sentito il bisogno di scendere in campo, di essere in prima linea. Anche perché mi sono sempre chiesta per quale motivo un evento così universale, che ci riguarda tutti, sia così caratterizzato dal dolore e così pervaso di tabù.
Ho quindi scelto di diventare una psicoterapeuta, per poi specializzarmi nella gestione del lutto, e Afterè stato la naturale prosecuzione di tutto il mio percorso, perché oggi mi permette di aiutare:
- chi ha perso qualcuno
- chi resta accanto a chi sta morendo
- chi affronta una malattia
- chi fa parte di un’organizzazione e vuole imparare a gestire il dolore.

Quali obiettivi ti sei posta con After?
Il primo, e per me più importante, è aiutare a sviluppare una consapevolezza su questi temi, affinché si possano fare delle scelte adeguate, in linea con le proprie possibilità e valori, e non basate sul dolore e sulla paura. La strada della consapevolezza ci porta, infatti, a conoscere i nostri diritti e a utilizzarli al meglio.
Quando mio padre stava per morire, come famiglia abbiamo scelto di portarlo a casa, attivando i servizi che ANT ci metteva a disposizione. È stato un periodo davvero difficile, ma frutto di una scelta condivisa e consapevole, che ci ha regalato la possibilità di accompagnarlo con amore e serenità fino alla fine.
Un altro obiettivo che mi sono posta di raggiungere con After, strettamente legato alla consapevolezza, è rompere i tabù e dare spazio al dolore, affinché sia raccontato, condiviso e accolto senza vergogna e senza finzioni.
E ancora: ascoltare e accompagnare chi soffre, così da sconfiggere il senso di solitudine che la malattia e la morte portano con sé. E infine supportare – persone singole e organizzazioni – affinché adottino strumenti concreti e personalizzati: risorse da applicare nei momenti difficili.
Seguendo questi obiettivi, all’interno del progetto ho creato tre percorsi:
- Sensibilizzazione. Grazie a una rete di relazioni che andiamo sempre più implementando, portiamo avanti una serie di webinar in cui parliamo e apriamo il dialogo sulla morte e sul lutto.
- Co-progettazione. Si parte dall’analisi dell’esistente per creare buone pratiche e strumenti utili per gestire situazioni difficili.
- Supporto one to one. Ad esempio: per i titolari di azienda, forniamo un servizio di coaching e mentoring per imparare a gestire al meglio questi temi e a rapportarsi con i dipendenti. Oppure, rivolto direttamente a chi soffre o a chi accompagna chi soffre.
Quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato con il tuo progetto?
Sicuramente affrontare il tema della morte, del morire e del lutto nelle organizzazioni. A livello aziendale si è completamente impreparati a gestire il dolore. Celebriamo nascite e compleanni, ma quando qualcuno sta male o subisce un lutto, non sappiamo cosa fare e spesso si finisce per restare in silenzio, isolando la persona che soffre.
Quello che faccio, nelle organizzazioni, è prima di tutto ascoltare, perché è importante che emergano i vari modi in cui ogni persona concepisce la morte. Poi procediamo a piccoli passi, valorizzando quello che già c’è e costruendo strumenti che possano aiutare ad affrontare insieme il viaggio del dolore.
Per approfondire:
Tutti i dettagli del progetto sono su www.afterproject.it
Ascolta la puntata 29 del podcast Si muore una volta sola dedicato ad After:
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