In un paese come l’Italia, dove c’è la tendenza generalizzata a mettere da parte i morti, nella convinzione che solo così sia possibile andare avanti con la propria vita, Matteo Pellegrini ci consegna una storia dove i defunti sono e restano al centro.
Il suo romanzo – Il bene che vi voglio – è intessuto di allegorie, rituali e ricordi, sempre in bilico tra aldiquà e aldilà: un mondo dove l’immaginazione regna sovrana e dove il dolore è accolto come parte integrante del processo.
Il libro stupisce anche perché l’autore ha poco più di trent’anni, quindi non ci si aspetterebbe un’ottica così matura, profonda e originale sul tema della morte da una persona così giovane (e anche questo forse è un pregiudizio frutto della nostra cultura).
Dopo averlo letto, la nostra direttrice Alice Spiga ha scelto di intervistare Matteo Pellegrini, per approfondire alcuni aspetti del suo libro Il bene che vi voglio, edito da Temposospeso nel 2026.
Perché hai scelto di dedicare un libro al lutto, alla morte e ai defunti?
«La scrittura è il mio modo di indagare le domande relative all’esperienza umana che, di volta in volta, mi stanno maggiormente a cuore e il pensiero della morte, spesso legato a una certa angoscia, mi accompagna da molto.
Diventando adulto, ho iniziato ad affrontarlo avvicinandomi alla filosofia e, per un po’ di tempo, è stato il mio principale argomento di studio. Una volta raccolte un po’ di riflessioni, ho provato a tradurle in immagini, in atmosfere, insomma in un racconto.
Da dove nasce l’idea della storia che hai voluto raccontare nel tuo libro?
Da tempo mi attirava l’idea di raccontare una storia che ruotasse attorno ai defunti, al lutto e alla nostalgia. Poi, nel 2022, mio padre è morto a causa di una malattia durata poco più di un anno.
Vivere questa perdita e osservare il lutto di mia madre e mia sorella ha fatto sì che, poco per volta, maturassero le idee che trovano spazio nel libro e si facesse più pressante la necessità di scriverlo.
E man mano che lo scrivevo, il libro è diventato anche un modo per celebrare alcuni ricordi personali, che intendo continuare a portare con me.
Nel tuo libro, infatti, i ricordi sono uno strumento per mantenere in vita i defunti…
Sì, perché i defunti fanno parte di quella compresenza di cui parlava Aldo Capitini e che ci abbraccia tutti: una volta che una persona emerge all’essere nascendo non può più non-essere, è parte della grande avventura umana e ricordare i morti ci aiuta a essere consapevoli di questo.
Penso poi che i morti personali siano una ricchezza, hanno contribuito a renderci ciò che siamo e quindi penso che, ricordandoli e riflettendo su di loro, possiamo arrivare a nuove consapevolezze su noi stessi.
I protagonisti del tuo libro usano riti e cerimonie per lenire o talvolta solo per accompagnare il dolore; quanto sono importanti, per te, i riti, la musica e le parole?
Credo che la musica, le parole e le forme di espressione artistica in generale possano sublimare il dolore, quasi come lo sottoponessero a un processo alchemico: lo trasformano, ne fanno qualcosa di più tollerabile e prezioso. La tristezza poi ha in sé un aspetto sublime: può diventare arte e, nel processo creativo, spesso si mitiga.
Per quanto riguarda i riti, invece, credo possano influenzare il significato che attribuiamo a certi eventi, il modo in cui ci raccontiamo la nostra vita. Un rito collettivo molto semplice, come per esempio scambiarsi i ricordi legati a una persona che non c’è più, aiuta a costruire delle narrazioni felici, o, quantomeno, speranzose.
Una stessa vicenda può essere ricordata con rabbia o con tenerezza a seconda degli aspetti sui quali scegliamo di soffermarci, ma operare da soli un trasferimento di significato è spesso difficile, farlo assieme è più facile e anche più bello.
Nella tua storia, io ho percepito l’assenza di una divinità. È corretto dire che si tratta di un libro laico, o comunque a-confessionale?
È corretto. Da un lato, la storia vuole ribadire l’importanza di una spiritualità slegata dalle religioni istituzionali in ogni aspetto della vita, ma qui soprattutto nel confrontarsi con la morte.
Nonostante le persone atee, agnostiche o non religiose in Italia siano quasi un quarto della popolazione (secondo un sondaggio condotto da Ipsos erano il 22% nel 2017, ma in stabile crescita), la nostra società manca di modalità extra-cristiane per affrontare il lutto.
Tutto questo porta a delle piccole nevrosi (si torna a essere credenti solo in concomitanza della morte di una persona amata) o a un lutto affrontato in solitudine.
La seconda ragione per cui ho scelto di scrivere un libro laico è che, nella battaglia che in ciascuno di noi si combatte tra gioia e dolore, o meglio tra significato e nichilismo, qualsiasi convinzione ci porti a pensare che vale la pena di vivere, per me è una buona convinzione.
Non possiamo sapere cosa ci attende dopo, quindi non credo sia necessario abbracciare un credo sulla base di ciò che riteniamo vero: è più utile adottare quello che ci fa stare meglio. Per traslare a un altro ambito le parole del filosofo Feyerabend: Anything goes, tutto ciò che funziona va bene.
Qualsiasi credenza ci convinca che la vita vale la pena di essere vissuta, nonostante l’angoscia esistenziale che è intimamente connessa all’umano, è una buona credenza.
E, infine, sono curiosa di sapere se hai pensato al destino del tuo corpo dopo la tua morte…
Sì, certo, c’ho pensato e vorrò farmi cremare, anche per lasciare spazio. Penso che, una volta andati, il mondo fisico sia di chi viene dopo e non vorrei restarci attaccato.
E le tue ceneri?
Per le ceneri, penso che lascerò a chi mi vorrà bene la scelta, anche se sono sensibile alle influenze di Hollywood e l’idea delle ceneri sparse in una foresta o in un lago è sempre romantica. Tra l’altro, non sapevo fosse legale la dispersione in Italia, prima di leggerlo sul vostro sito, quindi grazie dell’informazione che fate.
Chi è Matteo Pellegrini

Matteo Pellegrini, nato a Carrè nel 1995, è psicologo di formazione, scrittore e gestisce un cinema a Verona. Nel 2021 ha pubblicato la raccolta di racconti Piccolo atlante del mio incespicare (Aurora Edizioni), mentre nel 2024 è uscito il suo primo romanzo I cacciatori di topi (Temposospeso).
Il romanzo Il bene che vi voglio è disponibile all’acquisto nelle librerie fisiche e online. Si veda sul sito della casa editrice Temposospeso.





