L'Ara crematoria nella Certosa di Bologna e il Cinerario

a cura di Guido Stanzani
Il visitatore della Certosa che, entrando dall'ingresso principale, percorre l'ampio viale che lo conduce nel cortile ove si affaccia l'antica chiesa dei Certosini, trova, sulla propria destra e prima della volta che introduce al cortile, l'Ara Crematoria al centro di uno spiazzo alberato.
Sempre dalla prospettiva del cammino del visitatore, sulla sinistra dell'Ara, monumento tipico di fine Ottocento la cui dignità compensa le modeste pretese architettoniche, sta l'edificio destinato a Cinerario da cui si accede ad un piccolo campo dove tombe di pregio, costruite da sempre per conservare le urne dei cremati, sembrano stese nella quiete di una vegetazione a cespuglio a dimensione di uomo.
L' edificazione dell'Ara riporta all'inizio della storia della cremazione in Italia non più su roghi, ma in un luogo destinato allo scopo.
Nel corso dell' Ottocento, escludendo le situazioni belliche, vi erano stati alcuni episodi, isolati, di cremazioni sul rogo. Così, nel 1822 in Toscana, l'incenerimento del corpo di Shelley da parte del poeta amico Byron e, nel 1870 alle cascine di Firenze, della salma del principe indiano Rayack Muharaja.
La prima cremazione in un'ara avvenne in Milano, il 22 gennaio 1876 e fu quella di Alberto Keller, industriale e filantropo, realizzata in mancanza di disposizioni legislative in materia, su espresso consenso del Ministro dell'Interno del nuovo governo crispino, Nicotera.
Fu il primo risultato delle finalità perseguite dal gran numero di associazioni sorte nel periodo post-unitario per salvaguardare i resti mortali in modo diverso da quelli tradizionali della inumazione e della tumulazione, modo ritenuto più igienico ma, soprattutto, ideologicamente in linea con una accentuata polemica anticlericale gestita e alimentata in presa diretta dalla massoneria.
Meno di un mese dopo l'incenerimento del Keller, l'Associazione Cremazionista milanese si costituì formalmente (8 febbraio 1876) con l'approvazione dello statuto. Occorse più di un decennio perché la cremazione trovasse considerazione legislativa con la legge crispina sulla tutela dell'igiene pubblica (1888) che collocò la pratica in una sfera di libertà ammessa dallo stato e quindi demandata all'iniziativa di coloro che intendessero praticarla. Ci sarebbero voluti novantanove anni (L. 29 ottobre 1987, n. 440) per fare della cremazione un diritto elevandola a "servizio pubblico gratuito al pari dell'inumazione in campo comune". Ma questa è storia recente, diversa e nuova. Torniamo indietro di un secolo, a Bologna. Una locale Associazione Cremazionista si costituì, all'inizio degli anni Ottanta, su iniziativa di Tito de' Medici, autore, nel 1879, di un opuscolo dal titolo Imbalsamazione, inumazione o cremazione?. Di questa struttura sono andati persi gli statuti che notizie riferiscono datati, il primo, al 25 aprile 1882 e, il secondo, al 24 maggio 1884. Si sa, invece, che proprio all'attivismo dell'Associazione si deve la costituzione dell'Ara che fu inaugurata il 5 luglio 1889, esattamente dieci anni prima del riconoscimento dell'Associazione come Ente Morale (Regio Decreto 19 novembre 1899, n. 348). Nell'occasione fu approvato un nuovo statuto pervenuto fino ai nostri giorni e radicalmente riformato soltanto dalle Assemblee dei Soci negli anni 1992-1995, assemblee propostesi di rivitalizzare, nella "nuova storia", l'associazionismo cremazionista col perseguimento di finalità mutualistiche coerenti alle esigenze di una società post-industriale alle soglie del 2000. Di una società dove il fenomeno "cremazione", depurato da ogni ideologia strumentale, si vede garantita la stessa dignità attribuita dal sentimento comune all'inumazione e alla tumulazione con parificazione indifferenziata a queste forme antiche di seppellimento. Il cammino che si dovette compiere nel penultimo decennio del secolo scorso per realizzare la ricostruzione dell'Ara fu abbastanza travagliato e vide, fra l'altro, una raccolta popolare di firme presentata nel 1886 dal consigliere comunale Giuseppe Ceri, una sottoscrizione (1885) avviata dall'Associazione tra i propri iscritti, all'epoca duecentocinquanta, per raccogliere fondi, reiterate richieste al municipio per ottenere contributi finanziari.
Il 15 febbraio 1885 la Giunta comunale di Bologna espresse il proprio parere favorevole; il sindaco prese contatto con l'Associazione; quest'ultima si impegnò a dotare l'erigendo Tempio Crematorio (così la terminologia del tempo) dell'apparecchiatura tecnica necessaria; in buona sostanza di un forno a legna costruito secondo il sistema detto "Venini", dal nome dell'ingegnere progettista.
Il 24 agosto 1886 il Consiglio comunale approvò il progetto definitivo addossando al Comune l'onere di costruire il fabbricato e all'Associazione di dotarlo degli impianti che la stessa avrebbe gestito per un periodo inizialmente stabilito in dieci anni, con obbligo di corrispondere all'ente pubblico una tassa per ciascuna cremazione effettuata; si previde anche l'impegno del Municipio di costruire un Cinerario per conservare degnamente le urne.
Restava da individuare il sito; cosa che avvenne di lì a due anni (1888) con pressoché contestuale inizio dei lavori che procedettero spediti al punto da poter inaugurare l'Ara bolognese, già lo si è detto, il 5 luglio 1889.
Ben più lenta fu invece la costruzione del Cinerario il cui progetto, opera dell'ingegner Carpi, venne approvato il 12 novembre 1908 e realizzato negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale.
Fino a quest'ultimo evento l'attività crematoria fu abbastanza intensa e in progressiva espansione se si considera che, fino al 1913, furono complessivamente eseguite quasi seicento cremazioni e che l'Associazione contava, in quell'anno, circa novecento aderenti.
Il declino che seguì e la modesta utilizzazione della pratica crematoria prese origine dalla perdita di presenza e di potere, nelle istituzioni, di quella classe laico-borghese, decisamente caratterizzata dall'appartenenza massonica, che, dopo il Risorgimento, tanto spazio aveva avuto nella società italiana ideologizzando fortemente la cremazione che restò per decenni in una sorta di nicchia avulsa dai mutamenti sociali.
Dal 1980 in poi il ricorso alla pratica crematoria si è imposto in termini nuovi: quelli, cioè, dell'emergenza cimiteriale in una società di massa. Queste ragioni, assieme a quelle della maggiore economicità di tale modalità di seppellimento e dell'esser venuto meno il divieto della Chiesa (1963), spiegano come sia potuto accadere che siano state cremate presso l'Ara bolognese 113 salme nel 1980, 288 nel 1990, 997 nel 1995 e 1211 nel 1996; dato, quest'ultimo, che corrisponde al 20% delle sepolture nel territorio comunale a fronte di una media del 2% in quello nazionale.
L'alimentazione dell'originario forno dell'Ara fu trasformata da legna a gasolio nei primi anni Settanta; nel 1989 il forno fu demolito e vennero installati due impianti a metano dotati di numerosi componenti elettronici.
La gestione della cremazione nel territorio che, di fatto, è sempre stata condotta dalla SO.CREM Bologna - nuovo nome che, assunto dall'Associazione nel 1994, ha inteso marcare la differenza con le altre strutture cremazioniste italiane rimaste incomprensibilmente indifferenti di fronte alla equiparazione legislativa (1987) con l'inumazione - è oggi regolamentata da una convenzione con cui il Comune di Bologna ha conferito all'Ente incarico decennale, rinnovabile, di svolgimento del pubblico servizio.
I progetti in corso prevedono che i due forni attuali vengano trasferiti, insieme ad altri da aggiungere, in locali adiacenti all'Ara che, opportunamente arredata, potrà finalmente diventare dignitoso luogo destinato alle commemorazioni, religiose o laiche che siano, secondo la volontà del defunto o dei superstiti.
Sempre nei progetti rientra la realizzazione di un campo per la dispersione delle ceneri non appena sarà rimosso l'anacronistico divieto legislativo vigente. Quello della dispersione è un problema particolarmente sentito dalla popolazione, come dimostra il fatto che oltre 1.600 dei circa 13.000 associati hanno chiesto di avvalersi del servizio predisposto dall'Associazione di sovrintendere alla conservazione dell'urna per provvedere alla dispersione non appena l'ordinamento si sarà adeguato a quelli europei.