Fine vita: che cosa pensano i più anziani?

La nostra vita si allunga sempre di più, ma la società è in grado di garantire agli anziani un fine vita in linea con i loro desideri? Affrontiamo l’argomento grazie alle ricerche condotte dall’Università di Cambridge. 

Che cosa pensano gli anziani sulla loro morte

Ad esclusione dei paesi in via di sviluppo (come ad esempio l’Africa, dove il processo di invecchiamento della popolazione è più rapido che nei paesi “sviluppati”), le persone tendono a vivere sempre più a lungo e a raggiungere e superare età che, fino a qualche decennio fa, erano quasi inimmaginabili.

Secondo quanto riportato da Epicentro, nel mondo nel 2000 c’erano circa 600 milioni di persone con più di 60 anni, nel 2025 ce ne saranno 1,2 miliardi e 2 miliardi nel 2050.

In Europa, come in molti altre regioni sviluppate, una persona su 5 ha più di 60 anni e in Italia, secondo quanto emerso dalle ultime indagini ISTAT (dati aggiornati al 1° gennaio 2016), gli ultrasessantacinquenni ammontano a 13,4 milioni, il 22% del totale. Per gli uomini italiani la speranza di vita si attesta a 80,1 anni, per le donne a 84,7 anni.

«Vivere così a lungo – si legge nell’articolo pubblicato da Jane Fleming, ricercatrice associata dell’Università di Cambridge (nel Regno Unito, la metà delle persone decedute nel corso dell’ultimo anno ha raggiunto e superato gli 85 anni) – ha creato un modo di invecchiare e di morire del tutto nuovo, che si sta sempre più generalizzando». Complice anche una scienza medica moderna in grado di trovare soluzioni a mali un tempo incurabili, continua la Fleming «viviamo gli ultimi anni di vita diventando ogni giorno più fragili nel corpo e nella mente, sviluppando numerosi problemi di salute che si protraggono nel corso degli anni e che ci spengono a poco a poco».

Secondo quanto evidenziato da una ricerca recente condotta dalla Fleming e dal suo team, in Regno Unito circa l’85% di coloro che muoiono a 90 o più anni risultata affetto da una disabilità così grave da aver bisogno di assistenza anche nelle attività più basilari. Solo il 59% di quelli tra gli 85 e i 89, al momento della morte, hanno registrato un tale livello di disabilità.

Questi dati possono giocare un ruolo molto importante anche nel dibattito sul fine vita, dai servizi di assistenza e di cura per gli anziani fino a l’interruzione informata delle cure, al testamento biologico, il suicidio assistito, l’eutanasia. «Che cosa sappiamo infatti – continua Jane Fleming – di quello che gli “anziani più anziani” (ovvero che arrivano e talvolta superano i 95 anni, ndr) desiderano realmente quando si avvicinano alla fine della loro lunga esistenza?».

I più vecchi e i più fragili, nella nostra società, sono infatti sempre meno visibili e sempre meno ascoltati; eppure le loro voci sono le più importanti se si vuole modellare servizi di assistenza adeguati a garantire un fine vita rispettoso della dignità umana e delle volontà di ogni singolo individuo.

Per questo motivo Jane Fleming e Morag Farquhar, in collaborazione con Carol Brayne e Stephen Barclay, hanno portato avanti un nuovo studio intervistando 33 uomini e donne di età compresa tra 95 o oltre i 100 e 39 tra loro parenti o accompagnatori. Di questi, l’88% erano donne, l’86% risultavano ormai vedovi e il 42% viveva in case di cura.

Gli obiettivi di queste interviste erano:

  1. conversare direttamente con gli anziani, mettendo in luce sia le loro esperienze e volontà in materia di cure e di trattamenti, ma anche le loro preoccupazioni e i loro pensieri sulla fine della loro (lunga) vita;
  2. creare un precedente, sperando di sensibilizzare l’opinione pubblica su l’importanza di dialogare con gli anziani per capire quali siano i loro reali pensieri e desideri.

I risultati delle interviste

Dal dialogo con queste persone è emerso che la morte era ormai diventata parte integrante delle loro vite. Alcuni erano semplicemente rassegnati e prendevano ogni giorno senza preoccuparsi del domani. “Quando raggiungi i 97 anni, hai davanti solo un lungo giorno-dopo-giorno. Aspetti la fine e basta”.

Altri invece erano più disperati nel loro desiderio di raggiungere la fine. “Vorrei poter tirare le cuoia. Ormai sono solo su questa strada” è stato un sentimento spesso espresso da coloro che avvertivano la vita come un fastidio insopportabile. Altri ancora, infine, non hanno mai desiderato di arrivare così avanti nella vita, affermando di non avere più alcun motivo per essere mantenuti ancora in vita.

La stragrande maggioranza degli anziani intervistati ha espresso la preoccupazione per l’impatto che la loro morte avrebbe avuto su famigliari e sui superstiti: “L’unica cosa che mi preoccupa è mia sorella – ha detto uno degli anziani intervistati. – Spero solo che la mia morte non la renda triste e che sia in grado di venire a patti con essa”.

Il modo di morire si è rivelato la causa di preoccupazione maggiore. Una morte serena e indolore, preferibilmente durante il sonno, era un ideale comune. Tutti d’accordo anche nell’evitare di essere ricoverati in un ospedale, dove la maggior parte teme di finire i propri giorni attaccati a respiratori e macchinari, vittime di accanimento terapeutico.

E le famiglie? Che cosa pensano?

L’intervista alle famiglie, invece, ha fatto emergere un caso interessante, sul quale è importante riflettere: uno degli anziani intervistati aveva affermato di volere ricevere tutti i trattamenti e le cure possibili fino alla fine dei suoi giorni, mentre la famiglia sosteneva che lui avrebbe preferito avvalersi di cure palliative. Questo caso, anche se isolato (le altre interviste hanno dimostrato un sostanziale allineamento tra anziani e famigliari), ha però messo in luce l’importanza di parlare direttamente con gli anziani, soprattutto se sono ancora in grado di intendere e di volere, invece che dare per scontato che la famiglia sappia che cosa essi desiderino.

«Gli anziani – conclude Jane Fleming – si sono dimostrati molto disponibili a parlare della loro morte, spesso anche con un forte senso dell’umorismo, lamentando la quasi assoluta assenza di questi discorsi prima di quel momento. Solo una piccola minoranza si è rivelata disinteressata ad affrontare l’argomento».

Si rivela dunque di grande importanza, per pianificare servizi che siano veramente di supporto al crescente numero di persone che muoiono in età sempre più avanzata, non chiuderci nelle nostre convinzioni o attenerci a quello che i famigliari asseriscono di sapere, ma dialogare con gli anziani direttamente per capire le loro priorità in materia di fine vita.

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